LA LEGGENDA DI MARINELLA: recensione

La leggenda di Marinella, di Simone Pavanelli (Mursia 2022), 318 pagg.

Questo è un romanzo a strati, a tinte di vernice sovrapposte: inizia e prosegue come un perfetto poliziesco procedurale, muta nella sua terza parte in un legal-thriller incalzante e si chiude con un epilogo assolutamente inatteso (ma per nulla sganciato) che lascia a bocca aperta.

La caratterizzazione dei personaggi, principali e di contorno, e la descrizione del territorio polesano in cui la storia è ambientata costituiscono una cifra importante e riuscitissima del libro. Pavanelli racconta in maniera viva uomini, donne, eventi e luoghi, rendendoli veri, palpabili, attingendo dalla realtà con grande capacità e trasportando la realtà stessa sulle pagine della sua investigazione.

La pazienza narrativa è un’altra caratteristica importante, apprezzabile e apprezzata: le informazioni arrivano per gradi, un passo alla volta, quando occorrono, utilizzando anche uscite e ingressi che accompagnano i diversi colpi a effetto. Tale metodica attesa, tuttavia, non svilisce mai il ritmo del romanzo, che si fa anzi leggere con sincera partecipazione ed estrema curiosità dal prologo all’ultima pagina, in modo sempre più convulso, anche nei passaggi in cui fotografa la vita nella stazione Carabinieri di Canaro, oppure nelle Procure, perché poi è comunque vita umana, di uomini e donne tridimensionali, riconoscibili e sempre credibili. La coltre di esoterismo che ammanta la vicenda centrale, inoltre, offre un ulteriore colore alla lettura.

Emerge, infine, nella prima come nell’ultima parte del testo, una profonda conoscenza dell’autore in merito a tecniche e dinamiche investigative (anche in campo anatomopatologico) e di procedura penale, il che non rende soltanto la storia nel suo intero più che verosimile, ma conferisce anche ai dialoghi (nelle aule del Tribunale di Rovigo come in ogni altra occasione narrativa) una spiccata attendibilità e un brio deciso e particolarissimo.

Una prova d’autore convinta e convincente, insomma, che aggancia alle pagine e svolta all’improvviso, quando meno te lo aspetti. Qualche pecca però esiste, e questo rende ancora più onesta questa recensione: il dialetto romanesco inserito nella caratterizzazione del maresciallo Andreotti, che purtroppo romanesco non è, e alcuni refusi di troppo. Al di là di questo, il romanzo vale tutti i possibili consigli di acquisto e di lettura, oltre a 5 stelle pienissime e ai complimenti più sentiti nei confronti di un Pavanelli davvero eccellente.

Alessandro Vizzino

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