Le moderne Cruscate della Crusca…

Premessa…

Non starò qui a ricordare cos’è l’Accademia della Crusca, come nasce e perché, e cosa rappresenti tutt’oggi. Tuttavia, ritengo a dir poco pericolosa la deriva che sta prendendo e che conferma sempre più spesso, in nome di una modernità e di una mobilità linguistica che sfocia sovente nel paradosso.

Antefatto

I fatti, innanzitutto. Soprattutto nel meridione (Campania, Puglia, Sicilia, ecc.) esiste l’abitudine di forzare in uso transitivo i verbi intransitivi, non soltanto di moto. Avete presente espressioni come scendi il cane, esci la spesa, lo telefono, lo sparo, ecc.? Ebbene, questo non è dialetto, che personalmente amo e difendo, a qualsiasi latitudine si parli, ma una svolta che, seppur attinga da derivazioni vernacolari, è indirizzata soltanto a un uso sgrammaticato e inesatto della lingua. Sembra che l’esimio Vittorio Coletti, accademico della Crusca, abbia definito tali espressioni accettabili in contesti familiari e informali. Eh, no, caro Coletti, perché nel sostenere ciò Lei e la Crusca perseverate in errori che stanno diventando sempre più la matrice di una vostra picchiata. In nome di alcuni precetti sbagliati, due in particolare.

1° errore

Si tende a considerare la lingua un mero strumento di scambio informativo: io comunico (e qui si aprirebbe un’enorme parentesi sulle modalità e l’efficacia della comunicazione), tu percepisci. Però non è così. La lingua è, prima di tutto, uno strumento di ricerca e creazione. È, per chi scrive e per chi legge, il pennello del paesaggista, lo scalpello dello scultore, il solo cesello con il quale lo scrittore può e sa forgiare immagini, suggestioni, differenzazioni e novità, emozioni. La Crusca dovrebbe prima di tutto farsi custode della lingua, nella sua espressione più corretta ed elevata, e poi del linguaggio; mai il contrario.

2° errore

La lingua si muove e si evolve secondo gli usi e i costumi, è l’assunto. Ed è vero, per la lingua come per i dialetti. Non è in nome di tale mobilità, però, o di un concetto di modernità che oggi è tanto caro a tutti perché si confonde il moderno con la miglioria e l’innovazione effettiva, che si può stravolgere la sostanza di un idioma glorioso e meraviglioso come il nostro, fosse anche la maggioranza dei fruitori a parlarlo in maniera inesatta. A maggior ragione in un momento storico come questo, in cui velocità di comunicazione (social e mezzi tecnologici in primis) e profonda ignoranza grammaticale (tanto per ribadire l’uso generalizzato, e anche televisivo, del pronome gli al posto di le) indirizzano chiunque conosca e ami la lingua italiana a drizzare le antenne.

Conclusione

E oggi la Crusca, che di questa lingua dovrebbe essere servente e protettore massimo, continua a rimettersi agli utilizzi popolari, al cosiddetto uso diffuso (diversificando in modo stopposo il parlato dal formale), anche quand’è espressione di un popolo linguisticamente semianalfabeta come il nostro, con un atteggiamento da meretrice d’alto bordo che, questo sì, è tipicamente italiano.

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